Pittura e Disegno

Basquiat, Sweet Bird of Youth

1979. TriBeCa, New York City. Al numero 44 di White Street c’è un locale che si chiama Mudd Club, è il punto di riferimento della controcultura newyorkese di quegli anni. Lower Manhattan a fine anni ’70 è il posto più underground del pianeta, la gentrificazione di inizio Duemila è ancora lontanissima. La zona pullula di artisti in cerca di fortuna, gira un sacco di droga.



Al Mudd è in corso la solita serata Alternative, sono presenti due giovani musicisti che stanno cercando di sfondare nel mondo della musica, si chiamano David Byrne e Brian Eno. C’è una bionda da cui è impossibile togliere gli occhi che gioca a farsi inseguire da tutti gli uomini del locale, si chiama con nome strano e un cognome italiano, qualche anno più tardi avrebbe trovato fortuna nel campo della musica pop col nome di Madonna. Tra tutti spicca un ragazzo nero con dei dreadlocks poco curati e un trench beige, balla senza tenere conto di niente e di nessuno. Si chiama Jean-Michel, ma in pochi lo conoscono con quel nome. Per tutti lui è Samo, un graffitaro insolito, amico di Fab 5 Freddy, che cavalca l’onda di un enclave del movimento dei graffiti di New York tutto suo, non fa disegni, scrive e basta. Tutte le criptiche scritte che tappezzano le strade di Lower Manhattan dall’East Village a Soho, sono firmate con questo nome: Samo.

Basquiat

Samo viene da una famiglia borghese, madre di Porto Rico e padre di Haiti, trasferitisi a New York in adolescenza. Samo rifiuta lo status sociale della sua famiglia nonostante frequenti scuole di alto rango come la City As School. E’ turbolento, non segue nessuna regola, fa uso regolarmente di molti tipi di droghe già a quindici anni. E’ a quest’età che se na va di casa. Vive come un barbone, ma la sua vita gli piace. Frequenta tutti i club di Manhattan, rimepie i muri con le sue poesie e parallelamente disegna, propone un’arte incredibilmente spontanea e anti accademica.

Nel 1981 il suo amico Diego Cortez gli dà la possibilità di esporre le sue opere per la prima volta, insieme ai suoi due amici Kenny Scharf e Keith Haring, alla mostra New York/New Wave della galleria PS1.

Alla mostra è presente una gallerista di nome Annina Nosei, figura di spicco nell’arte newyorkese. Vede i quadri di Jean Michel e decide che lo vuole a lavorare con lei nella sua galleria. Lo chiama dopo la mostra: “ti pago tutto io, il materiale per lavorare, l’affitto. Tu devi solo dipingere”.

E’ così che nel febbraio del 1981 Annina Nosei scopre un nuovo talento dell’arte: Jean-Michel Basquiat.

Basquiat è uno di quelli che hanno un talento naturale per la vita, ha come una specie di scintilla sempre accesa negli occhi. Vive di arte. Lavora nello scantinato della Nosei Gallery, dipinge tutto il giorno e tutta la notte.

I suoi quadri sono la rappresentazione totale della sua spontaneità. Viene dai graffiti, ma ha influenze espressionistiche. Collocarlo in un movimento è limitante. La sua arte è shock, intensità, rifiuto di appartenenza ad alcuna scuola.

Basquiat

Dopo la sua prima esposizione internazionale a Modena, più avanti nel 1981, Basquiat arriva in cima al mondo dell’arte. Si trasferisce al 101 di Corsby Street a Soho. Il suo loft diventa anche il suo studio, qui Basquiat concepisce i suoi capolavori (i migliori dei quali battuti all’asta ancora oggi per cifre comprese tra i dieci e i trenta milioni di dollari). Qui produce opere come Bird on Money e Net Weight, tra le opere più rappresentative di questo periodo. Si dà anche allo studio dei suoi artisti modello, da Michelangelo a Picasso.

Dipinge Dustheads (valore attuale: 48 milioni di dollari), forse l’opera che riflette meglio la sua persona. Rappresentazione di due figure con tratti vagamente umani immerse in un mare di colori su sfondo nero. L’espressionismo di Basquiat non appartiene alla scuola dell’Espressionismo (o meglio, Neoespressionismo, corrente di tendenza degli anni Ottanta) artistico, ma è espressione pura e spontanea della personalità dell’autore.

Le sue opere esposte alla Nosei Gallery vegono viste da un collezionista amico di Annina, uno che sta in cima al mondo dell’arte, Larry Gagosian, che lo vuole a lavorare per lui

La prima volta che lo vidi rimasi sorpreso dal fatto che fosse nero – dice Gagosian –  Aveva una voce alta e suadente, si muoveva in maniera disarmante. Ero estremamente a mio agio e a mio disagio contemporaneamente.”

Basquiat era estremamente enigmatico. A detta di chi lo ha conosciuto non si sapeva mai cosa stesse provando, non si sapeva se fosse sobrio o strafatto, non si sapeva se gli stavi simpatico o meno. Non si poteva sapere niente. Ma i suoi sguardi erano di un’intensità folgorante. Basquiat ha avuto una quantità di donne che non si può contare. In ventisette anni ha avuto le donne che un uomo normale avrebbe in dieci vite.

Dopo la protezione della Nosei e di Gagosian, Basquiat passa sotto l’ala di un altro incredibile personaggio dell’arte degli anni Ottanta, Bruno Bischofberger, un turbolento gallerista che vive tra New York e Saint Moritz.

Basquiat

E’ il 1983, Basquiat, tramite Bruno, conosce il suo idolo artistico di sempre, Andy Warhol.

Jean-Michel è arrivato, ha raggiunto la gloria. Vive una vita sfrenata, gira in limousine, indossa gessati di armani, è sempre costantemente sotto l’effetto di droghe. Sta vivendo a pieno lo sfarzo del mondo dell’arte degli anni Ottanta.

Warhol diventa il suo padrino, in lui Basquiat vede un secondo padre, quel padre che ha sempre rifiutato da bambino ora sta prendendo forma. Commissionati da Bischofberger dipingono insieme a Francesco Clemente opere a sei mani per una nuova mostra.

Dopo di che Basquiat viene invitato nel leggendario studio di Andy Warhol di New York, The Factory, qui i due iniziano a lavorare ad una collaborazione che li avrebbe portati a esporre in una mostra tutta loro.  

In questo periodo Basquiat e Warhol vivono in simbiosi, sono inseparabili e insieme rappresentano le più grandi celebrità del mondo dell’arte, ma Basquiat è sempre più dipendente dalle droghe, l’eroina diventa una costante nella sua vita.

Si trasferisce in un loft di Great Jones Street e Noho, procuratogli da Warhol. Questa casa diventa diventa il suo regno fino alla fine della sua vita. E’ divisa su due piani, giù stanno tutti i suoi assistenti, i suoi amici e falsi amici, di sopra sta solo lui e qualche volta le sue donne.

La sua carriera però inizia improvvisamente a precipitare. Si droga in continuazione, dagli ultimi lavori con Warhol smette di dipingere. Sta diventando lo stereotipo di se stesso e la critica se ne accorge. Basquiat viene travolto in maniera negativa dal successo e dalle aspettative, la gloria che il mondo dell’arte gli ha dato ora lo sta spegnendo.

La mostra a sei mani con Andy e Clemente viene bocciata. Quella sua e di Warhol viene letteralmente distrutta. Il New York Times definisce Basquiat “la mascotte di Andy Warhol”. Jean-Michel, che fino ad allora aveva conosciuto solo il successo, accusa il colpo.

La sua ascesa è rapida esattamente quanto la discesa. Rompe ogni rapporto con Warhol, rompe con tutti e soprattutto con l’arte. Dice che vuole diventare uno scrittore o un musicista. Espone per l’ultima volta a Tokyo, a Zurigo e in Costa d’Avorio, suo paese preferito, prima di lasciarsi completamente divorare dalla dipendenza dall’eroina.

Si innamora di una donna di nome Kelle Inman, che sarà la sua ultima. Con lei tenta disperatamente una rieducazione per disintossicarsi, vanno alle Hawaii insieme, vivono una realtà parallela lontana dalla giungla metropolitana di New York, ma al suo ritorno Jean-Michel ripiomba immediatamente nel tunnel.

Ha spesso attacchi paranoici, farnetica, perde un dente incisivo e la sua faccia si riempie di piaghe. Viene abbandonato dai galleristi, dagli amici, da tutti. Nel 1987, in febbraio muore improvvisamente Andy Warhol. Basquiat non è in grado di reggere il colpo, cade in una depressione che non sconfiggerà più.  Si rinchiude al loft di Great Jones Street, frequenta solo spacciatori, non ha più nessuna speranza di rialzarsi.

Nietzche diceva che esistono due forze simmetriche nello spirito: l’Apollineo, che è ordine e armonia delle forme, e il Dionisiaco, che è esaltazione entusiastica priva di forma. La sintesi tra questi due elementi si esplica nella Tragedia, forma d’arte suprema. Così l’arte di Basquiat è un’arte tragica: entusiasmante, priva di forme razionali, ma che trova in questo un’armonia commovente.  Come i suoi grandi capolavori anche la sua vita è stata un’opera d’arte suprema, finita in tragedia.

In casa, l’ultima notte di Jean-Michel faceva un caldo mortale. Il loft era una fornace. “Non dimenticherò mai il caldo di quella notte. Quella casa mi sembrava il posto più caldo dell’universo” dice un’amica presente quell’ultima notte. Sono quelle cose che succedono quando sta per succedere qualcosa di grande. Un uomo sta per consegnarsi alla leggenda e l’Universo lo sa.

Jean-Michel Basquiat è morto alle 7.23 dell’11 agosto 1988. Il piano di sopra del suo loft era da film dell’orrore alla sua morte. Il letto pieno di sangue, il pavimento pieno di siringhe. La degna conclusione di una tragedia suprema.

“Quando dipingo non penso all’arte, penso alla vita”.

Genio, immortale.

Jean-Michel.




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