Società

Crisi economiche in Europa: non solo la Grecia tra i disastri della moneta unica

Le crisi economiche in Europa

La moneta unica è il vero ostacolo alla soluzione delle crisi economiche dei Paesi europei.

Sembra strano ma non vi parlo della Grecia. Rischierei di annoiarvi con discorsi che avete sentito già mille volte, oltre che a deprimervi con dati certo non confortanti. Cerchiamo, quindi, di pensare ad altro.
Parliamo di argomenti simili però. Di altri Paesi che (anche loro) non hanno tanti motivi per ridere (ma lo facciamo in tono meno mesto): Spagna, Portogallo, Danimarca e Finlandia.

Sì, avete capito bene… della Finlandia! Ma come, direte voi, la Finlandia? Lì il governo non è corrotto, le finanze sono sane, il rating è alto e tutto ciò permette al Paese scandinavo di ottenere denaro in prestito a tassi di interesse incredibilmente bassi. Eppure se l’attenzione dei media non fosse tutta concentrata sulle disavventure economiche dei Paesi del sud dell’Europa, avremmo sentito più spesso parlare della crisi finlandese, che ha causato un taglio del prodotto interno lordo pro capite del 10 per cento! La crisi ormai in Finlandia dura da diversi anni e non sembra possa esaurirsi presto. In effetti è una crisi che, se non fosse per le situazioni ancor peggiori di altri Paesi dell’Europa meridionale, tra cui il disastro greco, avremmo potuto definire catastrofica.
Ma la crisi in nord Europa non si ferma alla Finlandia. Un certo declino economico si estende lungo tutto l’arco settentrionale, passando per la Svezia, la Danimarca e i Paesi Bassi.
Se poi passiamo ad analizzare le economie dei Paesi del sud Europa, oltre alla Grecia, dobbiamo certamente dedicare qualche riga al Portogallo e alla Spagna. Quest’ultima è riuscita a venire fuori da una crisi gravissima, ma in che modo? Il prezzo da pagare è stato l’adozione di una politica fatta di austerità che ha portato la Spagna ad avere, attualmente, un tasso di disoccupazione pari al 23 per cento e un reddito pro capite inferiore, ancora oggi, del 7 per cento rispetto ai valori pre-crisi. La stessa austerità adottata dal Portogallo per tentare di risollevare la propria economia, e che ha portato ad un reddito pro capite inferiore del 6 per cento rispetto ai valori pre-crisi.
Dopo questa breve e superficiale analisi, ci accorgiamo che di economie disastrate in Europa ce ne sono un bel po’. Eppure, le crisi di questi Paesi hanno origini molto diverse. E questo è un dato che fa riflettere e di cui parleremo tra poco.

Semplificando, possiamo dire che, sì, la Grecia ha preso in prestito molto più di quello che era in grado di restituire, cosa che però non hanno fatto Spagna o Finlandia.
L’origine della crisi spagnola va ricercata nella disinvoltura con cui sono stati dati soldi in prestito ai privati, come ad esempio mutui per acquistare case, che hanno alimentato e drogato un mercato immobiliare che poi è scoppiato come la più classica delle bolle speculative.
L’origine della crisi finlandese , invece, non è legata né ai prestiti pubblici, né tanto meno ai prestiti ai privati, ma al calo della domanda di prodotti della lavorazione del legno, di cui la Finlandia è una grande esportatrice, e ai problemi delle sue industrie nazionali, come ad esempio il ridimensionamento della Nokia.
Il dato di fatto è che le origini delle crisi nei diversi Paesi europei sono del tutto diverse. Quale potrebbe essere allora il motivo della difficoltà ad affrontare la crisi in maniera immediata e vincente?
La motivazione sta proprio nel fatto che questi Paesi facendo parte dell’area euro non possono permettersi correzioni del valore della moneta nazionale e questo rappresenta un ostacolo enorme al tentativo di risolvere in tempi brevi la crisi.
La Finlandia già alla fine degli anni ottanta si era trovata ad affrontare una grave crisi economica, anche peggiore, almeno inizialmente, della crisi attuale. Ma ne uscì abbastanza rapidamente, grazie alla forte svalutazione (programmata) della propria moneta e al conseguente incremento delle esportazioni, rese molto più competitive. Questa volta, purtroppo, non aveva una moneta nazionale da svalutare. E lo stesso vale per gli altri focolai di crisi in Europa.
Questo significa che la creazione dell’euro è stata un errore? Forse si, almeno dal punto di vista economico. Certo ora sarebbe un errore ancora più grave demolire tutto il sistema. Quello che serve davvero è introdurre maggiore libertà riguardo la politica economica interna. Così facendo si potrebbero aprire spiragli benefici su più fronti: si pensi, ad esempio, ad un sistema unificato di garanzie bancarie con lo scopo di offrire una soluzione ai paesi dove il problema è rappresentato dal debito accumulato; alla possibilità di scelte diverse rispetto al diktat dell’austerità; al tentativo di portare il tasso di inflazione di fondo in Europa – attualmente sotto l’1 per cento – almeno fino all’obiettivo ufficiale del 2 per cento.

Ma i politici restano fermi nelle loro posizioni. Per loro l’unica cosa che conta per far si che l’Europa sia perfetta è attenersi a regole stabilite a tavolino dai burocrati dell’Europa unita e, soprattutto, dai burattinai che gestiscono il potere economico.
Per queste ragioni il Referendum greco riveste una importanza notevole, ad usare termini minimalisti.
Se dovesse vincere il sì, se il popolo greco dovesse cioè appoggiare le richieste dei creditori, e quindi ripudiare la posizione del governo greco, cosa che probabilmente porterebbe alla caduta del governo – sarebbe forse un passo decisivo verso il default della Grecia. I creditori dimostrerebbero la loro forza, la loro capacità di umiliare chiunque sfidi le richieste di austerità. E continuerebbero a sostenere che una politica recessiva è l’unica soluzione possibile e responsabile.

Se dovesse vincere il no, lo scenario sarebbe molto meno prevedibile. La Grecia potrebbe lasciare l’euro con conseguenze clamorose nel breve periodo. Ma sarebbe estremamente difficile che poi la Grecia riesca a venirne fuori da sola.

Quindi, è ragionevole temere le conseguenze di un “no”, perché non si sa cosa potrebbe succedere dopo. D’altra parte si dovrebbe avere ancora più paura delle conseguenze di un “sì”, perché in questo caso sappiamo che cosa succederebbe: più austerità! La crisi continuerebbe a protrarsi chissà per quanto tempo e chissà con quali conseguenze per la qualità di vita dei cittadini greci.

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