Società

Crisi greca: tre possibili scenari dopo il referendum e la vittoria del “no”

il dopo Referendum in Grecia

Dall’ipotesi più ottimistica a quella del collasso dell’economia greca. Tre possibili scenari dopo il referendum del 5 luglio.

La netta vittoria del “no” rappresenta un successo del primo ministro greco Alexis Tsipras, che vince il primo durissimo round con i creditori, la Banca centrale europea (BCE), la Commissione europea e il Fondo monetario internazionale (FMI).
Secondo il popolo greco, chiamato a rispondere alle urne, le condizioni contenute nell’accordo previsto per l’elargizione dei nuovi aiuti sono troppo restrittive e non devono essere accettate. A questo punto imperversano le ipotesi sui nuovi scenari possibili.

Analizziamo brevemente tre scenari tra i più realistici.

Prima ipotesi: riapertura dei negoziati per un nuovo accordo.
Questa strada non è per niente semplice, ma non è neanche impossibile. Italia, Francia ed altri Paesi dell’eurozona hanno fatto capire che la ricerca di nuovi accordi, meno rigidi nei confronti della Grecia, dovrebbe essere la via prescelta per la ricerca della soluzione definitiva alla crisi. Ma quali sono le basi della nuova discussione? Verosimilmente riprenderebbe direttamente da dove si era interrotta a fine giugno, quando Tsipras era pronto ad accettare molte richieste (aumento dell’IVA, riforma delle pensioni … ), in cambio però di una rinegoziazione delle condizioni di rimborso dell’enorme debito pubblico (322 miliardi di euro).
La questione del debito resta la più delicata. D’altra parte una cancellazione in parte o del tutto del debito non sembra una soluzione praticabile visto che difficilmente sarebbe accettata e capita da altri paesi che in passato sono stati oggetto di un piano di aiuti, come la Spagna o l’Irlanda. Rimane la possibilità di allungare il prestito o di abbassare il tasso d’interesse richiesto.

Seconda ipotesi: uscita soft della Grecia dall’area euro, la “Grexit”.
Il “no” al referendum non è un voto per l’uscita dall’Europa ma rappresenta “solo” un no alla proposta d’accordo dei creditori. Molti, però, hanno giocato sul terrore, invitando il popolo greco a votare “sì”: “Dobbiamo votare sì … I greci validi, nobili e che lavorano vogliono rimanere membri dell’eurozona” ha affermato Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea il 29 giugno scorso, dando quindi per scontato che il no volesse dire Grecia fuori dall’Europa. Atene ha chiesto l’aiuto finanziario dei suoi creditori, non ha mai detto di voler uscire dall’Europa, non ha accettato, però, le riforme che le sono state chieste in cambio.
Nonostante ciò i leader europei potrebbero quindi spingere per l’uscita della Grecia dalla zona euro. Atene abbandonerebbe la moneta unica, ma restando dentro l’Unione europea.
In teoria, l’economia greca potrebbe, in caso di reintroduzione della dracma, godere di una moneta svalutata. Le sue imprese diventerebbero di colpo competitive, i turisti sarebbero richiamati per il loro potere d’acquisto drogato dal cambio euro-dracma. La Banca centrale greca inietterebbe nuova liquidità nel sistema monetario al fine di evitare il fallimento.
In questa fase di transizione, la BCE continuerebbe a sostenere le banche elleniche. L’Unione europea fornirebbe l’assistenza per la conversione in euro dei contratti finanziari, obbligazioni pubbliche e private esistenti.
Si ipotizza anche l’istituzione di aiuti umanitari d’urgenza in Grecia durante questa difficile fase di transizione.

Terza ipotesi: la peggiore, la “Grexident”
Se non si trovasse l’accordo tra le parti, l’importo dell’aiuto, stimato dal Fondo Monetario Internazionale a 50 miliardi di euro in tre anni non sarebbe avallato dalla Germania, dove l’opinione pubblica è riluttante a concedere altri prestiti ad Atene.
Nel frattempo,la BCE attenderebbe il 20 luglio, quando Atene deve rimborsare € 3,5 miliardi di euro, prima di agire. Dopo questa data, data l’incapacità della Grecia di onorare il suo debito, la Zecca dovrebbe sospendere l’iniezione di liquidità d’emergenza alle banche.
Questa decisione potrebbe decretare il fallimento delle istituzioni elleniche. Non in grado di pagare le pensioni e gli stipendi dei dipendenti pubblici, lo Stato non avrebbe altra scelta che utilizzare una moneta parallela. Il potere d’acquisto dei greci crollerebbe e l’intera economia del paese sarebbe al collasso.

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