Società

D’ un orso, una volpe, un daino ed empatia. (E del fatto che non c’è nulla di male ad essere simpatici)



How odd I can have all this inside me and to you it‘s just words.
David Foster Wallace, The Pale King

È il caso di partire dalle parole. E’ molto spesso il caso di partire dalle parole, in effetti.

Empatia e simpatia condividono le fondamenta linguistiche: il verbo greco pathein, che significa “provare (sentimenti)”, in senso generale, e il cui significato è nel tempo slittato in “soffrire”, cosa che potreste trovare più o meno curiosa a seconda di che persone siete. L’empatia e la simpatia hanno entrambe, quindi, a che fare col provare sentimenti: em-patia vuol dire, alla lettera, “provare dentro”; sim-patia, invece, “provare assieme”.

 

Partiamo dalla simpatia. In italiano, anche questo significato ha preso una deriva piuttosto curiosa e oggi la parola “simpatia” la usiamo con una certa nonchalance per definire la caratteristica di persone cordiali e piacevoli. La deriva è curiosa, ma non incomprensibile: è legge antica quella per cui tendiamo a trovare piacevoli coloro che sono simili a noi, ossia con cui abbiamo qualcosa da spartire, con cui riusciamo a “provare assieme”, appunto. Ma scavando a fondo nella parola (e nel concetto), troveremo che la simpatia ha un significato molto più complesso.

 

empatia

Immagine tratta dal video che spiega l’empatia su internet

 

C’è un video che gira da qualche anno su internet e che spiega in modo semplice ma piuttosto preciso cosa sia l’empatia. I protagonisti di questo video sono una volpe depressa, un orso commoventemente empatico e (quello che credo sia) un daino di molto poco aiuto. Riassumendo brevemente il video: la volpe, afflitta, si rintana in una caverna, facendosi sopraffare dal buio e dalla pioggia che le cade in testa da una nuvoletta posizionata specificamente sopra la sua testa. La volpe non vuole parlare, non vuole vedere nessuno, vuole solo lasciarsi sopraffare, e contemporaneamente vuole esattamente il contrario (è depressa, appunto). Il daino vuole dare una mano, ma lo fa nel modo sbagliato: si affaccia nella caverna per offrire alla volpe un salvifico tramezzino e si produce in frasi sulla falsa riga del “c’è sempre chi sta peggio”, “guarda il lato positivo” e così via. L’orso empatico, invece, scende nella caverna e fa tutte le cose giuste facendone una sola: sceglie l’empatia. Perché l’empatia è prima di tutto una scelta. Una scelta difficile, per giunta, perché è la scelta di chi decide consapevolmente di spegnere la luce, infilarsi sotto la stessa tua nuvoletta di pioggia, senza ombrello, e andare a pescare dentro di sé quella parte dolorante che nessuno ha voglia di risvegliare. E lo fa perché quella parte dolorante è l’unico punto di connessione possibile col dolore dell’altro.

 

Wittgenstein diceva che non può esistere un mio dolore, perché ogni qualvolta io tenti di esprimerlo devo usare segni (gesti o parole) che sono comuni; in qualche modo, ogni volta che do voce al mio dolore, lo de-soggettivizzo, ossia lo stacco da me per cercare di spiegarlo a te, mandandotelo,  e per farlo devo spingerlo dentro buste che sono troppo piccole per lui. Ma non esistono altre buste, quindi lo smusso, lo taglio, lo smeriglio, insomma lo rendo diverso per farcelo entrare. Quello che arriva a te, di conseguenza, è un dolore che era mio, ma che per molti versi non lo è più. E’ un dolore che assomiglia molto al mio, ma che non è lo stesso.

La simpatia prevede questo tipo wittgensteiniano di dolore. Prevede che io cerchi, nel mio dolore, quelle parti che sono più simili a quello che tu mi hai mandato, che le “riaccenda” ed inizi a provarle assieme a te. Prevede che io mi sieda accanto a te nella tua caverna buia, accenda la torcia del mio cellulare perché altrimenti non si vede niente, cerchi di soffiare prepotentemente sulla nuvola che ti piove in testa e mi impegni a provare il dolore più simile che ho a quello che tu mi hai spedito (o che io sono venuta a ritirare direttamente a casa tua). La simpatia non ha quasi nulla a che vedere con l’atteggiamento del daino: niente frasi inutili, né panini quando di certo non hai fame: c’è una certa differenza tra compassione e compatimento. La simpatia, però, prevede la luce, perché io rimango io, mentre mi sforzo di soffrire insieme te: e io al buio non ci vedo. E la luce, comunque, è meglio anche per te.

La tendenza ad elogiare l’empatia a discapito della simpatia si potrebbe spiegare in molti modi. Uno fra questi, ad esempio, è che nella simpatia noi rimaniamo in qualche modo separati, anche se molto vicini, e la torcia sul telefono ce l’hai soltanto tu: questo significa che, se domani te ne vai, io non solo torno al buio, ma non mi sono fatta neppure una vaga idea di come accendere la luce. E questo, certamente, è un buon motivo. Ma nessuno che sia mai stato per più di cinque minuti in una caverna buia (anche metaforicamente va bene, ça va sans dire) avrà il coraggio di dire che la luce non è bellissima. La luce è bellissima. Ecco perché non c’è niente di male ad essere simpatici. Niente di male, se qualcuno accende la luce. Proprio niente di male, se qualcuno ti dimostra che esistono dolori simili al tuo e persone capaci di scegliere di sedersi accanto a te e mostrarti che siete sulla stessa barca.

empatia

 

L’empatia non funziona così. L’empatia non prevede la luce. Non subito, almeno, e potrebbe non prevederla per molto tempo. Questo perché l’empatia prevede per me, che la pratico, un altro tipo di utilizzo del dolore. E un altro tipo di scelta. Io, orso empatico, mi impegno a “soffrire dentro” di te. Che cosa vuol dire? Vuol dire che mi siedo al buio accanto a te, senza il cellulare. Vuol dire che mi bagno assieme a te, sotto la tua pioggia. E vuol dire -e il resto, in confronto a questo, è nulla- che vado sì a risvegliare il mio dolore, (più o meno) nascosto da qualche parte dentro di me, ma che, dopo averlo usato come mezzo per arrivare al tuo, il mio dolore lo abbandono, per provare il tuo. Io soffro il tuo dolore, adesso. E se tu stai meglio, starò meglio anch’io; e se io sto meglio, starai meglio anche tu. E non starai meglio per imitazione, non vedrai la luce perché sarò io ad accenderla: se sto meglio io, stai meglio anche tu, perché stiamo soffrendo lo stesso dolore, il tuo. Ho usato il mio dolore per arrivare al tuo, ma poi l’ho lasciato andare, per provare il tuo. A ben vedere, quindi, le scelte difficili sono addirittura tre: ripescare il mio dolore, accettare di mollarlo in un angolo e iniziare a provare il tuo.

È strano, ma l’empatia non prevede la luce. L’empatia prolifera al buio. Un buio che non solo accetto, ma che faccio mio.

Ecco perché l’empatia non è una scelta facile: perché è una scelta negativa, nel senso che sottrae a chi la pratica, che taglia via qualcosa.

 

Secondo Wittgenstein, non esiste un mio dolore. E nel senso da lui inteso, questo è vero. E’ vero anche, però, e non è poi così paradossale, che non esiste dolore che non sia mio. Che non esiste, cioè, un dolore che io possa veramente comprendere (comprendere, prendere in me), se non il mio. «E per tutti il dolore degli altri è dolore a metà», cantava De Andrè. Per tutti, fatta eccezione per l’orso empatico.

La forma di intendimento della simpatia e quella dell’empatia sono diverse: la simpatia capisce (il che è sempre bellissimo), l’empatia comprende (il che potrebbe esserlo anche un po’ meno, perché comprendere il dolore prevede sempre il provarlo). La simpatia guarda da fuori (anche -magari- da molto, molto vicino), l’empatia da dentro (anche –magari- da molto, molto lontano). Posso “provare dentro” di te, essendoti molto, molto lontano? Sì, se proviamo lo stesso dolore. E con l’empatia, lo proviamo.

La simpatia prevede necessariamente una somiglianza di dolori, a monte: ci dev’essere per forza qualcosa, nel mio dolore, che sia molto simile a qualcosa nel tuo, altrimenti non funziona. L’empatia non necessariamente: se entro dentro di te e ci trovo un dolore molto simile al mio, farò meno fatica ad adattarmici sotto, ma sotto mi ci adatterò comunque, anche se il tuo dolore ha delle sfumature molto diverse da tutto ciò che io abbia mai provato. Con l’empatia, mi metto nei tuoi panni, e se sono stretti mi restringo io. Con la simpatia, mi affretto a comprare o tirare fuori dall’armadio panni identici ai tuoi e li indosso; ma dobbiamo avere la stessa taglia, e se non l’abbiamo dovrò fare un salto in sartoria, per farmi stringere i pantaloni. Sarà comunque una bella sensazione, per te, perché vedrai che non sei l’unica persona al mondo a portare quei jeans; ma quando me ne andrò, te ne ricorderai? O col tempo inizierai a dubitare che fossero proprio identici, i nostri jeans, e inizierai a pensare che magari i miei erano più larghi? Se invece mettiamo entrambi i tuoi, di jeans, non potrai avere dubbi, dopo. Però non è proprio una scelta comoda, per nessuno dei due: tu devi accettare di toglierli per farli provare a me, e io devo accettare di stringermici dentro. L’empatia lascia anche in mutande, a volte.

 

È una differenza qualitativa, quella tra empatia e simpatia, ma non in senso valutativo: non solo non c’è nulla di male nell’essere simpatici, ma non c’è tutto di bene nell’essere empatici. Non c’è nulla di male nell’essere simpatici, perché la luce è brutta solo quando si spegne.  E non c’è tutto di bene nell’essere empatici, perché l’empatia, come abbiamo visto, la luce potrebbe lasciarla spenta per un bel po’. Il che, anche non fosse un difetto, di certo non è bello. Un difetto però non lo è, perché l’empatia il buio lo utilizza, non lo subisce. E perché quello che possiamo fare assieme, al buio, provando il tuo dolore dentro di te, potrebbe aiutarti a capire come diavolo si accende questa luce, quando me ne vado.



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