Società

Grecia, la spiegazione della crisi

La crisi economica della Grecia

La Grecia chiede nuovi aiuti, ma è scontro con l’Eurogruppo. Dati e tappe della crisi.

Alcuni numeri da sapere sulla Grecia

La Grecia ha 11 milioni di abitanti. Circa il 90 per cento di questi è greco e gli stranieri residenti nel Paese provengono soprattutto da Turchia, Albania, Romania e Bulgaria.
Dall’inizio della crisi oltre 200mila persone sono emigrate all’estero.
Disoccupazione: è al 26%, ovvero ci sono circa 1,3 milioni di persone senza lavoro. La maggior parte dei disoccupati non riceve alcun sussidio statale.
Disoccupazione giovanile (25-35 anni): 50%.
Stipendio mensile: in media 600 euro (una riduzione del 38% rispetto al 2009).
Pensioni: ridotte del 45% rispetto al 2009.
Povertà: il 18% degli abitanti non riesce a soddisfare i propri bisogni alimentari e il 32% vive al di sotto della soglia della povertà.
Salute pubblica: il 33% della popolazione non è coperto da assicurazione sanitaria.
Il prodotto interno lordo si è ridotto del 25% dall’inizio della crisi dell’eurozona. Il debito del Paese corrisponde al 190% del suo Pil.

La crisi in tappe

La Grecia ha adottato l’euro il 1 gennaio 2001. Nei sei anni successivi l’economia sembrava in crescita e la Grecia uno dei paesi dell’eurozona più florido. L’apparente crescita era in realtà mascherata attraverso appalti truccati, corruzione e spese eccessive del governo, ma sino al 2007 le banche e i fondi privati hanno continuato a investire in Grecia ed elargito grossi prestiti.
Alla fine del 2009 divenne evidente che la Grecia fosse a rischio default: per anni aveva accumulato debiti, soprattutto con banche e investitori stranieri, e non era in grado di ripagarli.
Nel maggio del 2010 la Troika – composta da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale – approvò un piano di aiuti di 110 miliardi di euro e creò il Fondo europeo di stabilità finanziaria, per evitare il default della Grecia e il possibile tracollo finanziario di altri Paesi dell’Unione europea.
Le condizioni del piano di salvataggio imposero duri tagli alle casse dello stato greco, che fu costretto a tagliare stipendi, pensioni, fondi sociali e posti di lavoro nel settore pubblico.
Nel luglio del 2011 viene approvato un secondo piano di aiuti per la Grecia, per un totale di 109 miliardi di euro.

Cosa sta succedendo ora?

Il 29 giugno è stato imposto dal governo greco la chiusura delle banche, che riapriranno solo il 6 luglio, due giorni dopo il referendum sull’accordo proposto dai creditori, per evitare la fuga incontrollata di capitali. Già da qualche giorno, però, sportelli e bancomat erano stati presi d’assalto.

Il 30 giugno Atene non ha versato la rata del prestito di 1,6 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale: la Grecia è diventata il primo Paese insolvente dell’Unione europea.

Il 1 luglio l’Eurogruppo – che riunisce i ministri dell’Economia e delle Finanze dell’eurozona – discuterà l’ultima proposta del premier greco Alexis Tsipras, che ha chiesto di prolungare per altri due anni il piano di aiuti. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto che Berlino non intende concedere nuovi fondi per la Grecia prima dell’esito del referendum del 5 luglio.
Tsipras ha dichiarato che potrebbe presentare le dimissioni se la Grecia voterà Sì al referendum, accettando di fatto le condizioni imposte dalla BCE, il FMI e la Commissione europea.
Tsipras in un’intervista ha anche detto che “un chiaro voto contro l’austerity” aiuterebbe la Grecia nelle trattative sulla rinegoziazione del debito“.
Secondo il primo ministro greco, le riforme imposte dai creditori sono “un ricatto per farci accettare severe e umilianti misure di austerità senza fine, e senza la prospettiva di poter crescere socialmente ed economicamente“.
Il testo della domanda a cui saranno chiamati a rispondere i cittadini greci è: “Deve essere accettato l’accordo proposto dalla Commissione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale – presentato dall’Eurogruppo il 25 giugno 2015 – e composto da due parti che costituiscono una proposta unificata? Il primo documento si intitola ‘Riforme per il completamento dell’attuale programma e oltre’ e il secondo ‘Analisi preliminare per la sostenibilità del debito”.
La Grecia si ritrova vicinissima al fallimento, e senza nuovi accordi con l’Eurogruppo, potrebbe essere costretta a lasciare l’eurozona e tornare alla dracma. Il piano proposto dai creditori prevede, tra le altre cose, che la Grecia alzi l’eta pensionabile a 67 anni e che venga eliminato il programma speciale di aiuti ai pensionati più poveri.

Il programma di Tsipras

Il primo ministro Alexis Tsipras, al governo dal 25 gennaio 2015, ha proposto un programma radicalmente diverso da quello dei suoi predecessori. Pur dichiarando di voler restare nell’euro, ha cercato di restare fedele alla natura socialista del suo movimento politico, Syriza, senza cedere alle pressioni internazionali.
Le sue proposte sulla rinegoziazione del debito, che si oppongono a ulteriori tagli sui fondi pubblici, però, non sono state accettate dai creditori internazionali.
Secondo alcuni economisti se la Grecia non avesse adottato la moneta unica avrebbe potuto far stampare più carta moneta, tentando in questo modo di risollevare l’economia. Questa mossa avrebbe, infatti, fatto abbassare il valore della sua valuta, la dracma, e incrementato le esportazioni dalla Grecia verso i mercati internazionali, con il conseguente abbassamento dei tassi d’interesse, incentivando, in questo modo, anche gli investimenti interni e rendendo più semplice l’estinzione del debito.

E i soldi dati alla Grecia per il suo salvataggio, che fine hanno fatto?

Dei 240 miliardi di euro ricevuti, solo una piccola parte è finita nelle casse dello stato, il resto è passato direttamente nelle mani dei suoi creditori.
La maggior parte è stata distribuita tra le banche da cui la Grecia prendeva prestiti prima della crisi finanziaria del 2008.
Un totale di 140 miliardi di euro è stato usato per ripagare i debiti contratti in precedenza. Solo il 10 per cento del fondo è stato usato per riforme economiche e per aiutare i settori più colpiti dalla crisi. Il debito greco è ancora di 320 miliardi di euro e il 78% dovrebbe essere ripagato alla Troika.

I fautori della linea dura

I motivi a sostegno della linea dura con la Grecia sono fondati sul timore che una linea più accondiscendente potrebbe indurre l’elettorato di alcuni Paesi del sud Europa con problemi di deficit a sostenere partiti populisti anti-austerity e anti-euro.

Solidarietà verso la Grecia

Si assiste in questi giorni a una mobilitazione pubblica, ancora debole in verità, a sostegno della Grecia. Le motivazioni sono varie. Alcuni sono convinti che l’Eurogruppo vuole continuare a prestare soldi alla Grecia solo se il governo greco è disposto ad accettare condizioni recessive, che non consentono la possibilità di una nuova crescita e di fatto spingono il paese verso il default. Partirebbero così le inevitabili speculazioni favorite dalle drammatiche condizioni in cui il paese si verrebbe a trovare.
O ancora, semplicemente, perchè lo spirito dell’euro non deve ridursi al mero significato economico.

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