Società

Le parole sono importanti. Ecco perché.

Le parole sono importanti

Le parole sono importanti. Ma non ad ogni condizione.

La parola è «la minima unità isolabile all’interno della frase e del discorso, formata da uno o più fonemi, e dotata, quanto al significato, di un senso fondamentale (cioè di una sfera semantica in cui essa, isolata, vive nella coscienza linguistica dei parlanti) e di un senso contestuale (ossia il particolare valore che essa assume in un determinato contesto)».

La parola è, in altre parole (pardon), un segno grafico o fonico atto ad indicare un concetto. “Casa” sta a “costruzione con quattro mura ed un tetto in cui le persone usano vivere”. E’ evidente che è il significato a farla da padrone: la casa è la casa, è le quattro mura di cemento armato, il letto, il divano, la tv, non l’insieme ordinato delle lettere c, a, s, a. Quello che vale è la casa in sé, non la parola. Se abolissimo la parola “casa”, infatti, la casa continuerebbe ad esistere e le sue caratteristiche non varierebbero di una virgola. Se prendessimo tutti a chiamare la casa “Pippo”, anche così la casa rimarrebbe quella di prima, con il divano, il letto, la tv e tutto il resto. “Casa”, in effetti, è solo un segno convenzionale; la convezione e l’abitudine hanno fatto della casa “la casa”, ma avrebbe potuto anche essere “il Pippo”.

In questo senso, quindi, le parole non importano granchè: sono etichette semplici appiccicate ad oggetti e concetti più o meno complessi, che hanno la loro verità in se stessi e/o nella nostra considerazione di essi, ma non nelle etichette a loro assegnate.

Le parole sono importanti, ma non ad ogni condizione. Le parole sono importanti, infatti, solo nel caso in cui si voglia comunicare qualcosa a qualcuno. Solo nel caso in cui, cioè, si parli (o si scriva) con l’intenzione o la speranza di essere non solo ascoltati (o letti), ma addirittura capiti. Solo nel caso in cui io voglia comunicare a qualcuno il concetto presente nella mia mente e mi aspetti che questo qualcuno, attraverso le mie parole, appunto, riesca a forgiarsi nella sua mente un’immagine molto simile a quella che è ora presente nella mia. Se dico “casa”, e lo dico a te, sto pensando ad una casa e, più o meno consciamente, voglio che tu faccia lo stesso. Voglio che tu capisca che cosa c’è nella mia testa quando dico “casa”, anche se l’immagine nella mia testa non sarà mai uguale all’immagine nella tua (a meno, forse, che noi non abitiamo insieme). Potrei anche dire “Pippo”, perchè non solo non è vietato, ma, per essere particolarmente rigorosi, non è neppure essenzialmente sbagliato: “casa” è una convenzione e, come tale, non è detto che sia la miglior scelta possibile tra le molteplici alternative. E tuttavia, convenzionalmente, siamo abituati a chiamare “casa” la costruzione di cemento armato dotata di divano e libreria e a chiamare “Pippo” l’animale non particolarmente arguto e tuttavia molto simpatico, che segue Topolino come un’ombra e mangia noccioline nella sua versione super. Nulla mi impedisce di dire “Pippo”, pensando alla casa, ma nulla permetterà a te, che mi ascolti, di capire che è di case e non di fumetti che io voglio parlare.

Ecco perché le parole sono importanti, ma non ad ogni condizione: sono importanti solo nel caso in cui io voglia esprimere con dei segni un concetto che è presente nella mia mente e che ho la vanesia volontà di replicare anche nella tua, perché tu veda quello che io vedo e possa regolarti di conseguenza. E’ un po’ come consegnarti lo spartito della canzone che suoneremo stasera, senza costringerti ad andare ad orecchio: quando saremo sul palco avremo sotto gli occhi lo stesso spartito e questa è una cosa di cui siamo certi; magari sbaglierò qualche nota, magari la sbaglierai tu, magari il nostro bassista si produrrà in un assolo improvvisato e non richiesto che stupirà entrambi, ma avremo comunque sotto gli occhi lo stesso spartito. Questo vuol dire che sappiamo che cosa stiamo suonando.

Usare parole che convenzionalmente etichettano ben determinati concetti per esprimerne altri potrebbe non essere sbagliato nel senso più profondo del termine, ma di certo è controproducente: se saliamo sul palco, accordiamo gli strumenti atteggiandoci il giusto, ci scambiamo uno sguardo d’intesa, tratteniamo il fiato un momento e poi io inizio a suonare Bert Jansch e tu la tua preferita dei Van der Graaf Generator, nessuno dei due sta facendo qualcosa di sbagliato tout court, perché entrambe le nostre scelte musicali sono buone, ma non penso ci contatteranno per incidere un disco, l’indomani mattina.

Le parole sono importanti

Le parole sono importanti, ma non ad ogni condizione. Le parole sono importanti solo nel caso in cui io sia interessato ad essere capito, a comunicare qualcosa e non solo a dirla, a spingere, cioè, un concetto da me a te e non solo a buttarlo fuori da me, incurante della sua destinazione.

Potrebbe essere, ma è molto raro, che io senta il bisogno inspiegabile di dire qualcosa senza sentire anche, contemporaneamente, una certa vicinanza razionale o sentimentale con il concetto sotteso alle parole con cui mi esprimo. Potrebbe essere, in pratica, che io abbia intenzionalmente voglia di “parlare a vanvera”, come si dice.

Potrebbe essere anche, ed è più probabile, che io senta il bisogno di dire qualcosa, perché in qualche modo tengo al concetto e voglio esprimerlo, e non senta tuttavia il bisogno che tu mi capisca. Potrebbe essere, in pratica, che io voglia esprimere un concetto ad alta voce più per rendere in qualche modo giustizia al concetto stesso (e non lasciarlo relegato in un angolo polveroso della mia mente), piuttosto che per comunicarlo effettivamente a te. Non mi aspetto un tuo assenso, né un tuo diniego, né un qualsiasi tipo di feconda discussione a riguardo: lo dico perché voglio dirlo, perché voglio sentirmi mentre lo dico, perché voglio dirmi di averlo detto, dopo. Letto nero su bianco, questo processo mentale sembra improbabile, e invece è una possibilità piuttosto standard nelle nostre normali conversazioni: basti pensare a quante (poche) volte, detto ciò che volevamo dire, prestiamo attenzione al percorso che le nostre parole fanno, alle reazioni che inducono e alle risposte che provocano. Anche qui: sentiamo quello che gli altri rispondono, ma non lo ascoltiamo; non accettiamo, cioè, di sgomberare il campo dalle nostre immagini mentali per fare spazio a quelle degli altri, nel tentativo di seguire il loro ragionamento e capire che cosa pensano. Quasi che spostare in un angolo le nostre immagini mentali, e mettere in stand-by per qualche minuto le idee che da esse derivano, potesse in qualche modo attaccarne l’integrità e la solidità. Quasi che ospitare nella mia mente, per considerarlo, il concetto di nazismo potesse farmi diventare di colpo nazista. Per sicurezza (anzi, in realtà, proprio per il contrario), lasciamo perdere e sentiamo le opinioni altrui senza ascoltarle davvero, ossia senza accettare di considerarle per un momento dall’interno, spostando le nostre. In questo contesto, le parole non sono davvero importanti, nel senso che non hanno davvero valore: che valore può avere, infatti, una cosa di cui nessuno si serve? Un segno superficiale, che superficiale rimane?

In questi due casi, quindi, ossia nel caso in cui io intenda “parlare a vanvera” e nel caso io non sia interessato all’effetto di ciò che dico, le parole non sono importanti. Posso dire “Pippo” per parlare della casa, o perché non ho nessuna idea riguardo alla casa ma ho solo voglia di vocarla, per un fatto più “estetico” che altro, oppure perché ho effettivamente un’idea sulla casa e sono interessato ad esprimerla, ma non ad esprimerla a te. Se non sono interessato ad una relazione che sia in qualche modo binaria, le parole con cui esprimo concetti da me a fuori di me non sono particolarmente importanti, sono etichette di prodotti che nessuno comprerà, per cui la loro correttezza è irrilevante.

Le parole sono importanti. Ma ad una sola condizione. Nella condizione in cui, cioè, io le usi per lanciare frisbee specificamente da me a te, e non da me a dovunque capiti loro di andare.

In questo caso, sono importanti. E’ importante, cioè, che siano corrette, quanto è importante che siano corrette le etichette dei prodotti che compro al supermercato: se sono allergico ai cereali, comprerò solo i prodotti le cui etichette mi assicurino dell’assenza di cereali al loro interno, dando per scontato che l’etichetta sia corretta. Quando l’etichetta non è corretta, e per corretta si intende non appiccicata sul prodotto che effettivamente descrive, posso incorrere in spiacevoli inconvenienti: mangiare accidentalmente qualcosa che contenga cereali, anche se ne sono allergico; arrivare alla cassa e scoprire che il prodotto che sto comprando costa molto più di quanto pensassi, perché il codice a barre sul pacchetto è sbagliato; trovare fusilli dentro una scatola di penne rigate, quando io volevo proprio le penne.

In questo caso, e forse anche solo in questo, le parole sono importanti. Ed è importante (nel senso di “necessario per raggiungere il nostro fine”) assicurarsi che siano le etichette corrette per i precisi concetti che intendiamo esprimere.

Una eccellente prova del nove, in questo senso, è chiedersi se a nostro avviso esistano altre parole per esprimere lo stesso identico concetto. Questo perchè, in generale, gli esseri viventi tendono al risparmio. Perciò è possibile, ma percentualmente poco probabile, che qualcuno si sia impegnato in un doppio sforzo per coniare due parole che stiano allo stesso identico concetto: la sinonimia assoluta, ci informa la linguistica, è inesistente. Se esistono due parole diverse per esprimere quello che noi pensiamo essere lo stesso concetto, dovremmo prendere in considerazione la possibilità che non sia lo stesso concetto. Perciò “laico” non vuol dire ateo, “magro” non vuol dire anoressico, “corretto” non vuol dire giusto e così via, anche viceversa, per tutta la miriade di esempi possibili.

Appiccicare un’etichetta come “Pippo” al concetto – come quello di casa – che vogliamo esprimere, ad esempio, può non essere sbagliato ed è tuttavia scorretto. E’ come cercare di far entrare una formina quadrata in un buco rotondo: non finisci in galera, non vieni biasimato a livello morale, non avrai bisogno di confessarti domenica prossima, però la formina non entra. Tutto lì. In effetti, niente di grave. Certo, se sei laico, ma fervidamente credente, sarai un po’ seccato da una descrizione che vorrebbe toccarti, ma non lo fa. Se sei magro perché pratichi sport regolarmente e hai un metabolismo veloce, ma non soffri di anoressia, proverai un certo fastidio, per lo stesso motivo; se sei anoressico, ma non particolarmente magro, il fastidio lo proverai probabilmente anche doppio perché la gente non capisce niente (ma tanto tu come glielo spieghi?).

E così via. Certo, niente di grave. Non è la guerra in Siria, ad esempio. Ma cos’è la guerra in Siria, in effetti? Cos’è una guerra civile? Cos’è un prigioniero di guerra? Cos’è un rifugiato di guerra? E’ la stessa cosa di un profugo? E di un migrante? E se è profugo/migrante/rifugiato, allora è povero, di colore e arriva sui barconi?

A volte non capiamo i concetti. E’ normale, ma per rimediare dobbiamo impiegare un certo sforzo e una certa attenzione verso chi provi a spiegarceli. Altre volte, invece, non capiamo le parole. E’ un problema molto meno grave, perché molto più superficiale: spesso basta solo un vocabolario, per risolverlo. Il problema sta solo nel capire che potrebbe essere un problema. E’ difficile perché se le parole sono scorrette, il concetto non è che cambia. In Siria tutto rimane com’è. Solo che tu non lo sai com’è. Tutto lì.

Le parole sono importanti, dicevo. E non lo dicevo neanche io, in realtà. Ma non lo sono ad ogni condizione. Lo sono ad una sola, per essere precisi. Le parole sono importanti solo se intendiamo servircene per capire ed essere capiti.

Altrimenti: «pigna, pizzicotto, manicotto, tigre!».

[Le definizioni citate sono tratte da Vocabolario della Lingua italiana Treccani. «Le parole sono importanti» è citazione dal film Palombella rossa di Nanni Moretti. Quella in calce, invece, è di Albus Silente.]

© Bianca Bellucci




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