Società

Essere come Non-Bill è meglio, parola di John Rawls

John Rawls era convinto che uno Stato, per essere Giusto, dovesse fondarsi su due principi di giustizia:
(1) Ogni persona ha eguale diritto al più esteso schema di eguali libertà fondamentali, compatibilmente con un simile schema di libertà per gli altri.
(2) Le ineguaglianze sociali ed economiche devono essere combinate in modo da essere (a) ragionevolmente previste a vantaggio di ciascuno e (b) collegate a cariche e posizioni aperte a tutti.

Questi principi, a suo avviso, dovevano essere scelti ed accettati da tutti (teoria contrattuale della giustizia). Perché lo fossero, Rawls sosteneva che essi dovessero essere scelti volontariamente dagli individui in una situazione (ideale) specifica che lui definiva «posizione originaria». In questo status quo, ogni individuo si sarebbe trovato ad essere completamente uguale agli altri, e nel modo più certo possibile: in questa fase, infatti, ognuno è nessuno, ossia non ha alcun diritto, alcuna caratteristica contingente, non ha un carattere, un colore della pelle, una nazionalità, una religione; non ha gusti musicali, non parla nessuna lingua e non ha alcuna idea politica, perché tutte queste cose sono «irrilevanti dal punto di vista della giustizia». Rawls afferma più volte che questa situazione di assoluta ignoranza dell’individuo riguardo a ciò che potrà diventare nel mondo reale è fondamentale perché egli scelga correttamente a quali principi di giustizia aderire. Una scelta corretta, secondo Rawls, deve avvenire sotto uno spesso velo di ignoranza.

john rawls

John Rawls

Perché, secondo John Rawls, è necessario essere nessuno, per fare correttamente delle scelte? Scegliere per nessuno sembra un’azione completamente priva di senso, oltre che un’ indiscutibile perdita di tempo. Rawls però giustifica chiaramente questa sua tesi: essere nessuno è la conditio sine qua non di ogni scelta corretta perché prendere in considerazione delle alternative essendo, appunto, nessuno, e non avendo alcuna idea di quale posizione noi stessi e gli altri ricopriremo nella scacchiera del mondo domani, è l’unico modo che possa ritenersi corretto per fare una scelta tra alternative che possa valere per tutti. Vediamo perché.

Mettiamo caso che Bill debba scegliere tra queste due possibilità e che la sua scelta renderà una delle due ipotesi effettiva nel mondo reale, domani:

  1. A tutti gli individui deve essere distribuita una bottiglia d’acqua

  2. A tutti gli individui deve essere distribuito un MacBook

Mettiamo ora caso che Bill sia un avvocato divorzista che lavora nella Silicon Valley e abiti, assieme a sua moglie e ai suoi quattro figli, in una villa a due piani con piscina a due passi dal suo studio legale. Quale delle due opzioni sceglierà Bill? Molto probabilmente, la seconda. Infatti anche se quasi certamente Bill possiede già l’ultimo modello di MacBook presente sul mercato, tuttavia, trovandosi davanti ad una scelta obbligata, troverà senza dubbio più utile un computer nuovo (che potrebbe – magari – regalare ad uno dei suoi figli), piuttosto che una bottiglia d’acqua.

Mettiamo ora caso, invece, che Bill non sia così fortunato e sia un bambino denutrito che vive nella baraccopoli di Khayelitsha, in Sud Africa, dove non piove da mesi e l’acqua dei pozzi scarseggia. Bill non beve da due giorni interi e non ha la più pallida idea di che cosa sia un MacBook. Quale delle due opzioni sceglierà Bill? Sì, la domanda è retorica.

E’ ovvio che Bill, l’avvocato divorzista della Silicon Valley, potrebbe certamente impegnarsi a pensare anche ai bambini assetati di Khayelitsha, prima di fare la sua scelta. Se Bill è un brav’uomo, e crediamo lo sia, di certo lo farà. Ma gli esempi, in quanto tali, sono generalmente iperbolici e sempre semplicistici: nella vita reale non sempre le scelte sono così chiare e distinte e anche il buon Bill potrebbe tralasciare di pensare a qualcuno più sfortunato di lui, durante il suo processo decisionale. Potrebbe addirittura non sapere dell’esistenza di qualcuno più sfortunato di lui o semplicemente potrebbe essere che non sia necessario che questo qualcuno sia più sfortunato, potrebbe anche solo bastare che sia diverso.

Ecco perché, secondo John Rawls, Bill deve guidare se stesso in uno status in cui non è più Bill, non è un avvocato divorzista, non abita nella Silicon Valley, non ha una moglie e dei figli, né un MacBook, né acqua. Bill – che al momento non è Bill – oggi farà delle scelte senza avere idea di che cosa lui stesso sarà domani: potrebbe svegliarsi nel letto matrimoniale di una villetta bifamigliare in America oppure su una brandina in Sud Africa. O in migliaia di altri posti, essendo migliaia di altre persone. La scelta che Non-Bill compirà oggi, varrà per lui (e per tutti, ma crediamo che tendenzialmente, checché possa dirne lui, Bill sia più preoccupato di ciò che varrà per lui e questo non è necessariamente un male, almeno non in questo caso) domani e per sempre, nel mondo reale. Non-Bill dovrà stare molto attento a prendere delle decisioni, perché non sa per chi le sta prendendo. Cioè, sa che le sta prendendo per lui. Ma chi e che cosa sarà lui domani?

Secondo John Rawls, se Bill farà le sue scelte essendo Non-Bill, queste hanno una probabilità esponenzialmente più alta di essere corrette. O quantomeno di creare problemi ad un minor numero di persone domani, quando tutti torneranno ad essere loro stessi.

La cosa interessante è che nulla in questo iter decisionale assicura a Bill che le sue scelte saranno apprezzate da lui stesso, domani. Potrebbe assolutamente essere che domattina Bill si svegli e trovi sul comodino new-age della sua villa una bottiglia d’acqua naturale di cui non sarà in alcun modo contento. Sia Bill che Non-Bill questo lo sanno. Tuttavia Non-Bill, nel momento in cui si trova a scegliere nei modi di cui sopra, è assolutamente convinto che la scommessa che sta per fare possa avere solo esiti non-poi-così-negativi: se domani sarà il Bill avvocato magari avrà qualche fastidio, ma qualunque fastidio sarà comunque meglio che essere il Bill-assetato e non avere neppure un goccio d’acqua. E’ possibile che questo sia più difficile da ricordare per Bill e che egli debba sforzarsi. Ma Non-Bill se lo ricorda bene: il brivido d’ansia che gli si arrampica sulla schiena mentre è nessuno e sa che domani potrebbe essere chiunque, quel brivido è un eccellente memorandum.

Non è difficile capire perché, secondo Rawls, ogni individuo calato in questo status di scelta sceglierà razionalmente i due principi di giustizia che abbiamo visto all’inizio. Sceglierà volontariamente di sottomettersi a questi due principi e sarà d’accordo con Rawls sul fatto che l’equità sia il pilastro fondamentale di uno Stato che punti ad essere Giusto. Che Non-Bill possa esserne più convinto di Bill non dovrebbe stupirci ed è, anzi, proprio il motivo per cui Rawls si è sprecato a modellare questa tesi.

John Rawls sta dicendo, in pratica, che se volessimo fare scelte corrette sul tema, ad esempio, dell’immigrazione, dovremmo prima calarci in uno status in cui non siamo più noi stessi, ma siamo nessuno, un nessuno profondamente consapevole del fatto che domani, a scelta fatta, potrebbe essere un cittadino italiano oppure (e con le stesse identiche probabilità) un migrante qualunque. Dovremmo fare la nostra scelta non dimenticandoci di poter essere sia l’uno che l’altro: ciò non significa che non dobbiamo pensare a come la scelta potrebbe influire su di noi, perché anzi dobbiamo farlo: domani potremmo svegliarci ed essere di nuovo bianchi, italiani, più o meno agiati ed amanti dell’indie-rock! Solo dobbiamo anche pensare alle conseguenze che la nostra scelta avrebbe, anzi, avrà – ed è proprio nella certezza del futuro prossimo che sta il punto di tutto ciò – domani su di noi, migranti siriani in fuga da una guerra (oppure anche biecamente vogliosi di rubare il lavoro a qualche povero lavoratore italiano. Non è possibile escluderlo. O comunque non intendiamo farlo qui. Non è necessario perché il migrante, qui, siamo noi. Quindi possiamo immaginarci tranquillamente come vogliamo).

Secondo John Rawls, se ci impegnassimo davvero in questo gioco di ruolo, le scelte che faremmo in questo modo sarebbero socialmente migliori e difenderebbero sempre il principio, per lui centrale, dell’equità di diritti. E non lo farebbero perché siamo buoni (anche se di sicuro lo siamo), ma perché non siamo scemi e le cose che fanno paura, come non avere il diritto di vivere noi stessi come altri possono fare, ci fanno davvero paura. Faremmo scelte migliori perché avremmo paura di scontare sulla nostra pelle quelle peggiori.

Questo potrebbe sembrarci un po’ avvilente, perché ognuno di noi è certamente convinto di poter fare le scelte migliori anche (anzi, spesso, proprio) essendo se stesso. Secondo Rawls, e secondo Non-Bill, non sempre è così. E nel dubbio, a Non-Bill proprio non va di rischiare.

© Bianca Bellucci

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