Società

Un insegnante, il suo libro e la sua penna non sono, ahinoi, la più potente arma che abbiamo

la buona scuola siamo noi
Leggendo la traccia del tema di italiano degli esami di stato di quest’anno, ho di getto pensato: “WOW che bello, ricordare Malala, la sua lotta e il suo Nobel!“

Ma subito dopo ho reagito malissimo. Indignata e amareggiata. Offesa da un atteggiamento insieme contraddittorio e oltraggioso nei confronti del bersaglio preferito della società civile di questo paese. Il professore.
“Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo”. Come è possibile che si chieda ai candidati di discutere una così chiara, veritiera e bella affermazione, essendo consapevoli di proporre un modello di scuola paradossalmente denominato “buona”, che non darà più all’insegnante e alla sua penna la possibilità di cambiare questo mondo?
Attonita allora ripercorro le affermazioni che in questi ultimi mesi hanno accompagnato il dibattito sulla scuola.
Sono cadute sugli insegnanti piogge di accuse, ignoranti, incompetenti incapaci di leggere prima e comprendere poi questa legge, squadristi, ottusi e per di più in malafede perché conservatori. Il governo, i suoi ministri, la società che con indifferenza e silenzio avallano le suddette affermazioni e insulti, stanno di fatto sbugiardando quanto ha detto Malala, che un libro, una penna e un insegnante sono le armi più potenti che abbiamo. Perché che lo siano è indubbio. E fa paura.
E da troppi anni ormai che è in corso lo smantellamento delle istituzioni scolastiche statali, con la perdita di ore nelle materie di indirizzo, con la finta enfasi posta sull’apprendimento della lingua straniera, con la minaccia di distruggere la collegialità che è di per sé garanzia di un buon lavoro, fatto di scambi di esperienze, confronti e miglioramenti.
Gli insegnati non vogliono essere valutati, è l’altro luogo comune su cui naviga compiaciuta l’opinione pubblica queste settimane. È inaccettabile e mi lascia esterrefatta. Un prof è valutato non appena entra in classe, sempre esposto a variazioni, imprevisti da colmare con l’improvvisazione e l’esperienza. Un connubio perfetto se parliamo e giudichiamo un musicista. Ma ad un docente non viene riconosciuto.
Vorrei che si pensasse ad una riforma della scuola che renda agevole, sereno entusiasmante il lavoro dell’insegnante, motivandolo a crescere e migliorarsi per migliorare ed innovare il suo approccio e la meravigliosa possibilità che ha di rendere gli studenti in grado di gestire un patrimonio di nozioni e abilità, rendendoli capaci di affrontare sfide ed ostacoli. Non avverrà in questo mio buon paese.

Non è il progetto di coloro che finanziano vetuste e inutili metodologie come gli INVALSI, di coloro che investono in scuole private, che non pagano gli insegnati per il lavoro svolto e per la dedizione che trasmettono ai loro ragazzi.

E per finire sono stanca di sentirmi dire che non tutti gli insegnanti sono così dediti e capaci. Bene, nemmeno tutti i medici, i dirigenti di case farmaceutiche, e gli amministratori locali. Quindi perché distruggere un’intera classe lavoratrice e renderla frustrata e isolata a combattere una battaglia contro mulini a vento? Perché distruggere un cumulo di esperienza, passione e bellezza che ogni benedetto anno rivolgiamo alle future generazioni di questo bel paese?

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