Cultura

Il Mito della Caverna

Il Mito della Caverna di Platone

Il mito della caverna di Platone spiegato con una leggera flessione siciliana

Ai tempi dei greci i filosofi usavano spiegare il loro pensiero facendo uso di racconti, un poco come si fa a Palermo con i cunti popolari, un poco come si fa con i bambini quando gli si dice: «Garibaldi ha mille uomini. Cento vanno a fare la spesa, cento si vanno a fare la pedicure, duecento partono all’estero in cerca di lavoro e altri cento vanno in cassa malattia per starsene a casa: con quanti uomini rimane Garibaldi?» Ecco, il ruolo del mito era pressappoco quello di spiegare una cosa difficile ai tordoni. Platone, che di scuole ne aveva fatte assai e di tordoni ne aveva conosciuti ancora di più, per sta mania che aveva sul ruolo del filoso, che secondo lui era l’unico che conosceva la verità delle cose mentre tutti gli altri erano delle capre ignoranti (possiamo immaginarlo un po’ come Sgarbi ma più vecchio e con la barba), scrive un’opera divisa in 10 libri che si chiama Repubblica in cui cerca di spiegare quello che pensa. Il mito della caverna lo mette all’inizio del settimo libro e serve a fa comprendere il ruolo del filosofo dentro la società.


Vi dovete immaginare, ci dice Platone, che dentro una caverna ci vivono quattro disgraziati – quattro per dire, se volete mettetegliene qualcuno in più – che vivono tipo in castigo con la faccia verso il muro e sono incatenati dalla testa ai piedi da quando sono bambini. Stanno tutta la giornata a guardare questo muro e parlare sempre delle stesse cose perché tanto, non essendo usciti mai, non hanno proprio un bel niente da raccontarsi; e secondo me, dopo tutto quel tempo, non si dovevano stare manco tanto simpatici. Dietro le loro spalle, all’uscita della caverna, Platone ci mette un bel muretto e oltre questo muretto una bella strada rialzata nei pressi del mercato di Ballarò. Ora, quando è ora i punta e il sole è alto, in questa strada ci passano tutti, ma proprio tutti: persone che fanno la spesa, fruttivendoli, vecchie con il libretto in mano che tornano da prendere la pensione, bambini raffreddati che si soffiano il naso, cani, gatti, galline e qualche punkabbestia che non manca mai. Nel frattempo che accade tutto questo quei quattro disgraziati sono sempre incatenati, tutti sudati, di frittola manco a parlarne e non si possono nemmeno fare una doccia da quando sono nati. Tutto quello che fanno è fissare il muro e lamentarsi.


«Totò, mi pare a me che facciamo sempre la stessa vita…»


«Megghio il tinto canusciuto ca u buono a canusciri.» (meglio il cattivo conosciuto che il buono che non si conosce)


«Parlate così», dice il terzo,«perché non avete scippato il morso di zanzara dove l’ho scippato io. Non riesco a capire perché mordono sempre a me e a voi manco vi calcolano.»


«Il sangue dolce Giusè, il sangue dolce…»


«Io gliel’ho detto a Platone»¸ risponde il quarto «di farti le catene più lunghe, così almeno ti puoi grattare; ma quello da un orecchio gli entra e dall’altro gli esce».


Comunque, il discorso è, zanzare a parte, che tutto quello che succede fuori, in quella strada un po’ sopraelevata, viene proiettato sottoforma di ombre nel muro che i disgraziati sono costretti a guardare dalla mattina alla sera (in pratica Platone nel mito delle caverna aveva inventato i principi del cinema e non lo aveva capito). Voi ve lo ricordate quando da bambini mentre facevate i compiti vi mettevate d’avanti a una lampadina e con le mani cercavate di riprodurre gli animali con le ombre? Io si, anche se dopo un po’ spuntava mio padre e mi diceva: «Cretinazzo! Perché non ti fai i compiti invece di fare minchiate!» Precisamente: mio padre a parte, quello che succedeva dentro la caverna del mito era proprio questo. Mettiamo il caso che uno di questi quattro castigati, quello della zanzare, così con la scusa lo facciamo grattare, si riesce a liberare, esce fuori, s’affaccia e si rende conto della verità: quelli che loro credevano torri ambulanti erano cristiani con le ceste sulla testa, quello che gli sembrava un minotauro era un punkabbestia con il piericing nel naso e quello che gli sembrava un cornuto, mischino, quello era cornuto veramente. Occhèi, ci dice sempre Platone, che quel disgraziato, quello che si libera, quello che esce fuori e si rende conto che la voce che abbannìa “Quando mi cercate non mi trovare!” non è una divinità ma quello che vende il sale, ecco, quest’uomo è il filosofo. Il ruolo più difficile del filosofo però non è accettare la nuova realtà, ma tornare indietro dagli altri e raccontargli quelle verità senza essere pigliato per il culo.


«E poi, se vi comprate una macchina, dopo che l’avete comprata, dovete pagare una tassa di proprietà ogni anno che si chiama bollo…»


«Ma che m**** dici? Devi pagare una tassa a te stesso per una cosa che è già tua?»

«Allo Stato! Che c’entra a te stesso…»

«Questo altro che verità, un bello litro di vino si andò a calare!»

Risate a destra, risate a sinistra, il filosofo comprende a sue spese che non tutti gli uomini sono fatti per andare al di là delle apparenze e delle convinzioni comuni; e il più delle volte, chi cerca di andare controcorrente, rimane da solo come un cane. Morale di Platone: chi si fatti c**** suoi campa cent’anni!

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